VitaCesare Pavese nacque a S. Stefano Belbo, un paese delle Langhe, nel 1908. Il padre, cancelliere al tribunale di Torino, aveva in quelle Langhe un podere, in cui Cesare da ragazzo trascorreva le vacanze estive. A quei luoghi dell'infanzia, mitizzati nei simboli di una memoria indelebile, egli rimase sempre legato anche negli anni della maturità; anzi essi avranno un valore determinante nella sua vita e nella sua poetica. Questa felicità del ragazzo dura fino al 1916; poi il podere e la casetta vennero venduti in seguito alla morte del padre. A Torino Cesare compì i primi studi ed ebbe come maestro Augusto Monti, che poi doveva essere un punto di riferimento dei giovani liberali torinesi e maestro eccezionale di tutta una generazione di patrioti. La sua vocazione letteraria si manifestò assai presto e con una serietà non comune in un giovane. Né va dimenticato che egli si forma in quella cultura piemontese che era all'avanguardia con Gobetti, Gramsci e poi Ginzburg. Il 20 giugno 1930 si laureò in Lettere discutendo con Ferdinando Neri una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman, che costituì l'avvio di una lunga attività di americanista e, anche il modello iniziale delle sue prove poetiche. Infatti egli inizia dal novembre di quello stesso anno la sua collaborazione alla “ Cultura ”, diretta allora da Cajumi, con un saggio critico su S. Lewis, a cui seguiranno altri su Anderson, Lee Masters, Melville, Dos Passos, G. Stein, Whitman, Faulkner. Questi saggi furono seguiti presto, da magistrali traduzioni dall'americano e dall'inglese. Negli scrittori americani egli cercava nuovi modelli realistici, che gli confermassero e chiarissero la sua insofferenza contro le forme estetiche allora dominanti in Italia, ermetiche e rondiste.. In un certo senso egli, scoprendo la nuova letteratura americana cercava di scoprire se stesso e iniziava una rottura profonda contro la cultura ufficiale italiana; così, anche senza volerlo, si schierava con quella cultura politica della Resistenza che sarà convogliata nel Partito Comunista. Ma a questo contribuiscono anche alcune vicende familiari; gli muore la madre nel 1931; ed egli continua a vivere con la famiglia della sorella Maria a Torino, ma chiudendosi sempre più in se stesso. Non essendo iscritto al partito fascista, si doveva adattare ad insegnare per poco in Istituti privati e serali. L'apertura della casa editrice Einaudi lo vede tra i primi collaboratori insieme a Monti, Ginzburg, Geymonat, Mila, Antonicelli, Cajumi e Levi. Nel 1934, essendo stato arrestato Ginzburg per motivi politici, lo sostituisce nella direzione della “Cultura”; di questo periodo è il suo amore per una professoressa di matematica, donna dura e volitiva, impegnata nel del Partito Comunista clandestino. Fu proprio a causa di questo amore che subì una delle più violente frustrazioni della sua vita. Egli aveva accettato di ricevere alcune lettere politiche, dirette alla sua donna; ma la polizia irruppe nella sua abitazione arrestandolo. Processato e condannato, fu inviato al confino a Brancaleone Calabro per tre anni nel 1935. La rivista veniva soppressa e l'allontanamento da Torino non contribuì certamente a migliorare la sua indole introversa e meditativa. Dopo un anno di confino, gli vennero condonati gli altri due e poté ritornare nella sua terra e nella sua città, ma la professoressa, da lui amata si era sposata già da un anno con un altro. Comincia di qui il suo trauma maggiore, la sua inadattabilità alla vita; si tratta di una grave crisi, che per anni lo terrà sospeso in una tormentosa ossessione di suicidio. Così si chiuse in un isolamento disperato, trovando rifugio soltanto nella letteratura e riprendendo a lavorare instancabilmente. Le testimonianze di questo travaglio interiore si trovano in un diario, Il mestiere di vivere, che sarà pubblicato nel 1952. Nel 1936, al ritorno dal confino, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Lavorare stanca per le edizioni di “ Solaria ”. Saranno pochi ad apprezzarlo, anche perché pochi lo capiranno, essendo la sua raccolta un libro del tutto nuovo, condotto con una tecnica prosastica sconosciuta in Italia. Intanto era ritornato presso la Casa Einaudi, dove riprende con lena e successo il lavoro di traduttore . Nel 1941 egli pubblicava il romanzo Paesi tuoi, scritto nel 1939, che ebbe un certo successo di critica. Nel 1940 comincia la guerra fascista; egli viene chiamato alle armi, ma per una grave forma di asma viene congedato. Nel 1942 pubblica La spiaggia, un romanzo di cui presto si vergognerà perché non impegnato. Nel 1943 è a Roma, dove la Casa Einaudi ha aperto una succursale; ma l'armistizio dell'8 settembre 1943 lo coglie a Torino. In seguito allo sbandamento dell'esercito e alla conquista dei tedeschi, egli si rifugiava con la famiglia della sorella a Serralunga di Crea nel Monferrato. Quelle colline, ricordandogli le sue Langhe, gli ripresentavano i miti della sua giovinezza. Il 1944 è per lui un anno di grazia e di riposo, dedicato alla meditazione, che neppure la presenza dei partigiani riesce a turbare. Insegna in un istituto di Padri Somaschi, a Casale, e li frequenta con assiduità discutendo con loro. Pare che sia alla soglia di una conversione religiosa. Ma dopo la Liberazione è di nuovo a Torino. che trova molto cambiata, si iscrive, senza convinzione, al Partito Comunista e collabora al giornale “L'Unità”. Intanto il romanzo Il compagno (1947) vince il premio Salerno consacrandolo come autore impegnato in un nuovo realismo letterario. Nel 1950 ottenne il premio Strega per il trittico de La bella estate. Conosce una giovane attrice americana, Constance Dawling, se ne innamora, scrive per lei soggetti cinematografici, le dedica l'ultimo suo romanzo La luna e i falò. Ma la bella attrice partirà per l'America, lasciandolo solo; il 27 giugno del 1950 Pavese si uccide in una stanza di un albergo di piazza Carlo Felice a Torino inghiottendo numerose cartine di sonnifero. Sul frontespizio di una sua opera posata sul tavolino da notte, si potevano leggere le sue ultime parole, le stesse di Majakovskij: Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate molti pettegolezzi.
In Lavorare stanca, c'è un gruppo di liriche impegnate, in cui il realismo pavesiano, pur partecipando alle istanze operaie e rievocando talora qualche martire della lotta sindacale, non riesce ad andare oltre la cornice e la tecnica. Gran parte delle liriche di Lavorare stanca non supera i termini di un serio esperimento neorealistico, di una serie di tecniche stilistiche , ma nonostante le intenzioni realistiche e le nuove tecniche, Pavese non è riuscito a creare un nuovo modo di far poesia e il suo posto come poeta è ben presto superato da quello del narratore. Pertanto Lavorare stanca finisce con l'avere un valore marginale rispetto alla sua arte narrativa. Tra il 1938 e il 1939 nasceva Il carcere, pubblicato poi assieme al romanzo La casa in collina nel 1949 nel volume Prima che il gallo canti. Il motivo del confino, rimbalzando dalla poesia ai racconti, ora finalmente trova piena attuazione artistica in questo romanzo, il cui titolo originario avrebbe dovuto essere )Memorie di due stagioni, ma che poi prese il titolo Il carcere. La situazione morale di Stefano, protagonista del romanzo, altro non è che una ripresa e un approfondimento psicologico del tema di chi sta a guardare la vita dalla finestra senza riuscire ad avere o a stabilire un qualsiasi contatto con la realtà. Sia Il carcere che altri racconti rimasero a lungo inediti e valsero all'autore moltissimo come esperimenti e tirocinio per una nuova narrativa e una nuova tematica realistica, oltre che per la ricerca di uno stile neorealistico. Paesi tuoi, scritto nel 1939 e pubblicato nel 1941, è non solo il romanzo che rivelò alla critica Pavese narratore, ma fissa anche l'anno al quale si suol far risalire la nascita ufficiale del Neorealismo nella narrativa italiana. In quella occasione la critica ufficiale si affrettò a catalogare Pavese fra i neorealisti. Al di là di quelle polemiche (anche i critici fascisti non mancarono di sottolineare il nuovo stile derivato da Steinbeck). Il romanzo, mettendo in antitesi città e campagna, indicava sotto quel contrasto metaforico una sostanziale polemica contro i miti fascisti spostando il suo obiettivo non più su temi di evasione bensì su forti passioni, e su reali problemi. Nel 1940 Pavese scrive il romanzo La bella estate, che sarà pubblicato nel 1949 insieme a Il diavolo sulle colline e Tra donne sole.: La bella estate si distingue non tanto per la povertà dei mezzi stilistici, ma anche per una particolare tecnica di montaggio delle varie sequenze narrative. strutturate in brevi capitoletti, che condensano in sé una vicenda autonomamente compiuta, quasi a mo' di diario obiettivamente redatto. La struttura dialogica è alla base di questo romanzo ed è, appunto, il dialogo e il monologo interiore che con maggiore evidenza fanno risaltare la dimensione umana dei personaggi. Nel 1941 scrisse La spiaggia: l’importanza di questo romanzo, che lo stesso Pavese avrebbe poi rinnegato perché "non impegnato", consiste nella chiara presentazione del binomio città-campagna. Per la prima volta Pavese sposta il suo obiettivo di narratore dal mondo proletario e contadino al mondo dell'alta borghesia, mettendone in evidenza la crisi interna. Negli anni della guerra Pavese sistemerà la sua grande teoria del mito e approfondirà la sua poetica narrativa. Cercando di salvarsi dal Naturalismo attraverso la poetica delle immagini-racconto che egli ha già sostituito alla poesia-racconto. Gli allarmi aerei sulla sua città e i bombardamenti gli risvegliano un terrore atavico, una realtà primitiva, una percezione quasi animistica della natura. Il mito pavesiano nasce e vigoreggia in quel clima di scoperte simboliche dell'infanzia, in quel mondo istintivo-irrazionale che viene liberato proprio durante la guerra. La sola e vera ispirazione può nascere dai miti, quando questi siano creduti. “Non è a caso che molti artisti ricorrano all'infanzia e cerchino di risalire il fiume della memoria per accostarsi al mondo larvale e istintivo delle origini. Risalire il corso della memoria, sia pure affidandosi come Proust alla pura sensazione, sembra però a Pavese modo inadeguato: la sensazione è pur sempre ricordo e quindi soggetta alle coloriture di gusto. Occorre invece saper trascurare i ricordi gloriosi e confinarsi a scavare le zone monotone e neutre, rinunciare alla memoria per scavare nella realtà attuale e denudare la propria essenza. L’ispirazione è una vera e propria illuminazione, è estasi religiosa e di tale pienezza, che minaccia di travolgere l'artista ” (Mondo).In questo clima egli scrive Feria d'agosto nel '41-'44 (pubblicandoli nel '46), una raccolta di racconti e di prose estetiche sul mito, il gruppo di liriche La terra e la morte 0945-'47) e i Dialoghi con Leucò 0945-'47), che costituiscono il suo libro più specifico di questa teoria del mito, e in cui conformava la sua concezione del mondo e dell'arte. Sarebbe utile leggere questi dialoghi per rendersi conto di quanto in questo libro Pavese si allontanasse dal Neorealismo, nonostante si ostinasse a sostenerlo nel 1946-'47 col romanzo Il compagno, con cui egli pagava il suo tributo all'impegno politico nel Partito Comunista. Pavese, nel 1945, aveva già scritto ne “L'Unità” l'articolo Ritorno all'uomo e su “Rinascita” Dialoghi col compagno, in cui giustificava la posizione e il significato che assumeva il letterato di Sinistra nel contesto politico di una società che era uscita dalla guerra e si era liberata dal Fascismo, dopo la lotta della Resistenza. Ovviamente si tratta di scritti elaborati e redatti nell'euforia della Liberazione e nell'attesa di un mondo nuovo e rinnovato, in cui, secondo Pavese, si doveva salvare l'apertura dell'uomo verso l'uomo. Ma l'impegno di Pavese avveniva dopo una lunga elaborazione di miti decadenti, travestiti di Realismo americano. La critica accolse assai favorevolmente Il compagno nell'immediato dopoguerra, allorché più viva si faceva la necessità di una letteratura politicamente impegnata. “ Ma non basta voler scrivere un romanzo impegnato per fare opera di poesia. Il fallimento è notevole agli occhi della critica, dopo qualche decennio dal suo successo. La casa in collina (1947-'48, ma pubblicato nel 1949) è, invece, un autentico romanzo della Resistenza, proprio perché ha come protagonista un intellettuale. E’ ovvio, anche in questo romanzo, il riferimento all'esperienza autobiografica di Pavese rifugiatosi nelle Langhe durante il periodo clandestino. Tutta la trama del racconto è intessuta, di senso tragico della vita, che ora in Pavese è assurto a pathos e angoscia che investe tutti gli uomini, vinti e vincitori,.accomunati nel triste destino della vita che scompare irreparabilmente nel nulla. Il diavolo sulle colline, unitamente a La bella estate e Tra donne sole, ottenne nel '49 il premio. Il romanzo è un inno giovanile di scoperta della natura e della società: ai tre ragazzi, protagonisti del racconto, pare tutto bello, e soltanto a poco a poco prendono contatto ciascuno a suo modo con la sordidezza del mondo borghese che non fa nulla, che non crede a nulla.Nel romanzo Tra donne sole “ i personaggi ruotano entro una sfera di incomunicabilità e di egoismo che li rende privi di ogni moto di pietà o di umanità. Anche Clelia, il personaggio positivo, assiste impotente al dramma silenzioso che si agita attorno a lei; lei stessa è una déracinée che non può ormai più scegliere il proprio destino, anche se apparentemente la sua volitività sembra salvarla dalla sorte delle altre donne sole. In questa donna Pavese ha realizzato l'ultimo tentativo di credere ad una vita che possa essere il prodotto unico delle nostre capacità. E Clelia è una delle poche creature che si salvano, perché sa accettare la sua solitudine come il suo lavoro, anche rifiutando la consolazione dell'amore e del sesso. L’ultimo romanzo di Pavese, scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950, La luna e i falò, svolge in più alta e compiuta elegia il tema del ritorno. Anguilla,protagonista del romanzo, è un tipico personaggio pavesiano, uno che ritorna e ripercorre in pellegrinaggio i luoghi mitici dell'infanzia, vagheggiati come l'unica via per attingere la pienezza del vivere e la consapevolezza del proprio destino. Ma la realtà sempre interviene a lacerare il velo della memoria, perché il passato è perduto per sempre. E’ per questo che si può ritenere La luna e i falò l'opera definitiva di Pavese: perché rappresenta il ritorno all'infanzia, ma per trovare in esso l'oblío, cioè la non-umanità, ma piuttosto come la revisione di un modulo interpretativo della realtà con cui il fanciullo aveva dato vita alle cose delle quali l'uomo scoprirà poi la sostanziale inconsistenza morale. Il grande falò ha appunto questo significato. Ritrovare se stesso irrimediabilmente diverso dal ragazzo di un tempo, e accettare la nuova realtà fatta di coscienza, rappresenta il superamento della ferinità, e il dolente accoramento nel vedere quel paesaggio mitico dissolversi, è lo sforzo compiuto dall'uomo per salvarsi dal processo involutivo che lo condannerebbe alla perpetua inazione, cioè alla amoralità dell'isolamento ”.
Poetica
Emerge sempre in Pavese un contrasto interiore, un'antinomia di fondo, tra il suo innato gusto decadente e le sue ferme intenzioni di instaurare o sperimentare una nuova letteratura di tipo realistico anglo-americana, da Defoe a Dickens, da Melville a Joyce, da Lewis a Dos Passos e alla Stein, di cui egli forniva interpretazioni esemplari ed emblematiche. Infatti gli scrittori americani moderni (Dos Passos, Steinbeck, Faulkner) assimilati da lui tanto da dar luogo ad una originale forma di contaminatio tra le colline piemontesi e i paesaggi americani del Sud, tra le periferie subalpine e le megalopoli americane, diedero a Pavese uno stimolo e un mezzo di liberazione morale e ideologica, un'occasione di protesta e di ricerca in chiave realistica, durante un periodo della nostra cultura dominata dal disimpegno politico dei letterati e dall'Ermetismo; ma quella lezione neorealistica, era sin dall'inizio contaminata dalla cultura decadente europea e ricompariva sempre tra le righe e le buone intenzioni di rinnovamento. La vocazione neorealistica, la lezione vera di Realismo che era contenuta nell'opera del Verga, invece, fu sviluppata dai registi cinematografici, i quali, almeno nel primo momento, seppero offrirci un'autentica arte realistica. Non possiamo affermare che Pavese sta ai realisti americani, come Verga sta ai naturalisti francesi. Verga, infatti, componeva arte verista dopo che si era liberato definitivamente da tutti i residui romantici e sentimentali, mentre Pavese porta con sé nel mondo realistico dei suoi romanzi la sofferenza dei propri problemi esistenziali, l'angoscia della sua solitudine, la sua elegia tragica. Pertanto Pavese, in ogni sua opera, denuncia questo dissidio di fondo tra la sua autentica ispirazione lirico-elegiaca e l'intenzione di piegare questa sua vocazione ad esigenze ideologiche, che possono essere prima quelle del Realismo americano, e poi quelle del marxismo, inteso come momento di rottura dell'incomunicabilità e inserimento nella socialità. Perciò egli rimane sempre un lirico, poiché in lui l'elegia tragica tornerà sempre ad addensarsi come sentimento della malinconia del vivere, anche quando crederà di aver risolto tale elegia in un racconto oggettivo e realistico, come avviene per La bella estate e La luna e i falò Si direbbe subito che Pavese, poiché subiva pienamente le insidiose suggestioni dell'irrazionalismo contemporaneo in tutte le sue più svariate manifestazioni psicologiche e sociologiche ed etnologiche, in quanto sentiva le insanabili contraddizioni dell'uomo moderno e della società alienata, cercava di farsi forte e difendersi con la sua cultura umanistica contro ogni dispersione irrazionale in sede artistica. Di qui la consapevolezza e la stringatezza del suo stile di contro alla irrazionalità dei sentimenti, la sanità della sua parola poetica di contro al costante "vizio assurdo" della solitudine e della morte. E indicava come prima realizzazione di queste sue velleità la poesia I mari del sud, in cui era passato da un lirismo di sfogo al tono di un pacato e chiaro racconto. E tale poesia-racconto, è una forma di poesia oggettiva sia nel linguaggio parlato sia nella forma del verso: un primo avvio della nuova poetica neorealistica. Tradurre, poi, questo mondo intenzionale in un mondo artistico realizzato, è stato per Pavese ben altra cosa, poste le premesse della sua fondamentale cultura decadente. Successivamente Pavese tenderà a superare la nuda e semplice registrazione psicologica e cronistica, il culto dell'immediata oggettività, temperando la tecnica e la poetica della poesia-racconto in quella dell'immagine-racconto, come nei Paesaggi. Indubbiamente Pavese avvertiva un grande disagio nella cultura italiana contemporanea; ma è molto probabile che egli trasferisse indiscriminatamente il disagio politico e la crisi della società e della coscienza moderna nel campo della poesia e dell'arte ermetica e rondista, e, quindi, vedesse in quell'arte l'aspetto essenziale di quella società in disgregazione morale. Ed egli lo dichiarava apertamente ne Il mestiere di poetasì in un'epoca di arte pura, di prosa d'arte, di poesia rarefatta, proprio quando la prosa italiana era un colloquio estenuato con se stessa e la poesia un sofferto silenzio, egli assumeva atteggiamenti antiermetici e antirondisti, scoprendo nel linguaggio vivo e realistico della letteratura americana temi e forme realistici che avevano una nuova prospettiva storica di vera avanguardia. E ciò perché il suo punto di partenza era una poesia oggettiva, realistica, una poesia-racconto. Il mio gusto voleva un'espressione essenziale di fatti essenziali, ma non la solita astrazione introspettiva, espressa in quel linguaggio, perché libresco, allusivo. Il Realismo di Pavese è rimasto, quindi, un fatto meramente intenzionale, talvolta anche in contrasto con la sua autentica vocazione elegiaca; e a tale proposito è molto indicativo che proprio negli anni del trionfo del Neorealismo nella letteratura e nel cinema Pavese scriva i Dialoghi con Leucò “ove, all'opposto, la natura si rappresenterà intrisa di dubbio, di mistero, di angoscia … ” (Stella). Per il suo stile, però, il suo linguaggio e la sua funzione culturale egli fu un autentico maestro e divulgatore di letteratura realistica, al di là delle sue realizzazioni artistiche. Ci si è chiesto, in seguito a questo come mai Pavese possa esser stato considerato un maestro del Realismo, se la sua poetica è quanto di più decadentistico vi sia stato in Italia, e se è vero che il Realismo deve essere inteso come superamento di ogni forma di Decadentismo ed anche come affermazione dei valori positivi e progressivi della vita. Anzitutto va tenuto presente il temperamento introspettivo di Pavese, che in nessuna occasione seppe mai essere uomo d'azione e venire a contatto diretto con la realtà della vita sociale, neanche durante il periodo della lotta partigiana, che pur dovette ammirare e comprendere. Va tenuta presente, poi, la sua formazione culturale, che è di tipo decadente, ma arricchita da studi psicologici, etnologici e dalla letteratura americana così ricca di fermenti sociali. E va tenuta presente anche la condizione politica e sociale in cui visse; trovò sulla sua strada il nazionalismo, l'idealismo, il vecchio messaggio della nostra tradizione umanistica in crisi e visse l'intero arco della involuzione della vita civile del nostro Paese, caduto nella dittatura fascista e si trovò in polemica con la cultura ufficiale, anzi con quella che era la disgregazione culturale degli anni fascisti.
Tematica
Una delle tematiche fondamentali nell’opera di Pavese è la descrizione della situazione psicologica dell’uomo chiuso definitivamente in un carcere morale, in un’assoluta incomunicabilità, che dà tono unitario al romanzo redatto secondo la tecnica dell’immagine racconto e in forma di monologo interiorecon opportune interruzioni di parti dialogate protese verso il dialetto (Prima che il gallo canti) Paesi tuoi rappresenta il risultato di quell'operazione culturale di allargamento della cultura letteraria italiana di cui Pavese stesso, con Vittorini, fu uno dei maggiori protagonisti negli anni tra il 1930 e il '40, attraverso la introduzione in Italia della narrativa realistica anglo-americana. Come gli scrittori americani nelle loro province volevano scoprire il dramma dell'uomo, così Pavese voleva rivelare in Paesi tuoi le riserve di più schietta umanità custodite nella sua provincia, i fermenti nascosti e ignorati della vita dei campi, ravvivandoli con le esperienze e le tecniche narrative della nuova letteratura americana. Certamente l'attenzione dell'autore spostata su certi aspetti meno consolanti della realtà, più rudi, nonché l'uso dei modi elementari del linguaggio, dimostrano il permanere in Italia della grande lezione del Realismo ottocentesco di Verga e di Balzac, ma con l'aggiunta dell'esperienza decadente e neorealistica. Come lo scrittore nel naturalismo doveva scomparire difronte alla realtà, ora deve scomparire anche davanti al personaggio(La bella estate)..Con La spiaggia inizia uno dei rmi ricorrenti in Pavese, che è quello della contrapposizione tra città, intesa come maturità e responsabilità, e campagna intesa come infanzia e contemplazione delle memorie giovanili.
Il tema del ritorno, dell’infanzia della campagna viene ripreso na La luna e i falò. Al reduce che cercava nei luoghi della sua infanzia le tracce del suo passato non rimane che accettare la estraneità al suo paese e, partendo, constatare, ormai oppresso dal passato e dal presente, che
crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora com'era adesso.
Tutta la conclusione del romanzo è fondata sulla constatazione della legge della morte che è connaturata alle cose dell'uomo e della vita.
"Ripeness is all" (maturare è tutto): è la sentenza che, apposta nella dedica di quest'ultimo volume, Pavese aveva fatta sua nelle meditazioni del diario. Qui rappresenta lo sbocco di un processo interiore che porta Pavese a rivedere se stesso fanciullo nella riscoperta della vigna, della collina, che, fuori del tempo e dello spazio, riassumono la prospettiva di un'infanzia che non è nostalgia, o proustiana recherche du temps perdu, ma identificazione istintiva con un'attualità vissuta nella tragica consapevolezza di non poter mai essere se stessi se non quando il mito, divenendo coscienza, si dissolverà, e sarà sostituito dalla piena moralità umana, che è storia.
E’noto che all'origine della poetica pavesiana c'è la scoperta dell'infanzia come l'età in cui l'uomo compie le sue esperienze fondamentali. E' nell'infanzia che si ha il primo contatto con il mondo e che si creano i simboli, i miti, corrispondenti alle singole rivelazioni delle cose […]. Le successive esperienze non sono che un conoscere una seconda volta, un riscoprire e ridurre a chiarezza quei miti. […]Alla contrapposizione fra infanzia e maturità si affianca, come equivalente, quella tra campagna e città sul piano storico, quella fra l'età primitiva dell'uomo, titanica e selvaggia, e l'età civile e culta.
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