mercoledì 7 luglio 2010

POLITECNICO


Il Politecnico fu uno tra i più famosi settimanali che uscirono in Italia nell'immediato dopoguerra e nei primi anni della ricostruzione. Nacque il 29 settembre 1945 a Milano edito da Einaudi e il suo fondatore fu Elio Vittorini.

Elio Vittorini scelse per il suo periodico lo stesso titolo della rivista ottocentesca di Carlo Cattaneo e delineò un programma analogo, molto antiaccademico, pragmatico e divulgativo pur senza cedere al "popolare".
La redazione de Il Politecnico era composta da Franco Calamandrei, Franco Fortini, Vittorio Pandolfi e, per qualche mese da Stefano Terra. La grafia e l'impostazione era di Albe Steiner.

Con il n. 29 del 1 maggio 1946 la rivista si trasformava, da settimanale in "Mensile di cultura contemporanea" a causa della insostenibilità economica di una alta periodicità, con Giuseppe Trevisani come segretario di redazione e la rivista riorientò, come già aveva preannunciato nell'editoriale autocritico apparso nell'ultimo numero del settimanale (28, 6 aprile 1946), la sua complessiva impostazione.
Nel numero citato infatti si prendevano le distanze dal grande zelo enciclopedico e informativo dei numeri precedenti, "abbiamo compilato, abbiamo tradotto, abbiamo esposto, abbiamo informato, abbiamo anche polemizzato, ma abbiamo detto ben poco di nuovo" e si proponeva per il futuro di "creare e formare pur divulgando".
Vennero accolti collaboratori fissi, come Giulio Preti e Franco Fortini, ma anche intellettuali che non sempre si riconoscevano come "compagni di strada" del PCI, come Alfonso Gatto, Carlo Bo, Nelo Risi.
Le pubblicazioni terminarono nel dicembre del 1947.

Ogni numero, che nei primi tempi assolveva anche al compito di "giornale murale", incollato cioè sui muri di Milano, presentava accanto ad un articolo di fondo, spesso di Vittorini, articoli di politica, storia, economia, critica d'arte, filosofia, inchieste, testi poetici e narrativi sia italiani che stranieri con le nuove traduzioni da Hemingway, Majakovskij, Boris Pasternak, Bertold Brecht, Block, Wright.

Nel foglio vi era sempre spazio per molte questioni e forte era il versante polemico con editoriali e corsivi di "agitazione culturale"; cronachistico; documentario, con articoli di storia politico-economica; saggistico, con analisi storico-critiche di diverse correnti di pensiero; letterario e artistico, con validi interventi sulla cultura di massa, sulle arti figurative, architettura, musica, teatro.


CESARE PAVESE

Vita
Cesare Pavese nacque a S. Stefano Belbo, un paese delle Langhe, nel 1908. Il padre, cancelliere al tribunale di Torino, aveva in quelle Langhe un podere, in cui Cesare da ragazzo trascorreva le vacanze estive. A quei luoghi dell'infanzia, mitizzati nei simboli di una memoria indelebile, egli rimase sempre legato anche negli anni della maturità; anzi essi avranno un valore determinante nella sua vita e nella sua poetica. Questa felicità del ragazzo dura fino al 1916; poi il podere e la casetta vennero venduti in seguito alla morte del padre. A Torino Cesare compì i primi studi ed ebbe come maestro Augusto Monti, che poi doveva essere un punto di riferimento dei giovani liberali torinesi e maestro eccezionale di tutta una generazione di patrioti. La sua vocazione letteraria si manifestò assai presto e con una serietà non comune in un giovane. Né va dimenticato che egli si forma in quella cultura piemontese che era all'avanguardia con Gobetti, Gramsci e poi Ginzburg. Il 20 giugno 1930 si laureò in Lettere discutendo con Ferdinando Neri una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman, che costituì l'avvio di una lunga attività di americanista e, anche il modello iniziale delle sue prove poetiche. Infatti egli inizia dal novembre di quello stesso anno la sua collaborazione alla “ Cultura ”, diretta allora da Cajumi, con un saggio critico su S. Lewis, a cui seguiranno altri su Anderson, Lee Masters, Melville, Dos Passos, G. Stein, Whitman, Faulkner. Questi saggi furono seguiti presto, da magistrali traduzioni dall'americano e dall'inglese. Negli scrittori americani egli cercava nuovi modelli realistici, che gli confermassero e chiarissero la sua insofferenza contro le forme estetiche allora dominanti in Italia, ermetiche e rondiste.. In un certo senso egli, scoprendo la nuova letteratura americana cercava di scoprire se stesso e iniziava una rottura profonda contro la cultura ufficiale italiana; così, anche senza volerlo, si schierava con quella cultura politica della Resistenza che sarà convogliata nel Partito Comunista. Ma a questo contribuiscono anche alcune vicende familiari; gli muore la madre nel 1931; ed egli continua a vivere con la famiglia della sorella Maria a Torino, ma chiudendosi sempre più in se stesso. Non essendo iscritto al partito fascista, si doveva adattare ad insegnare per poco in Istituti privati e serali. L'apertura della casa editrice Einaudi lo vede tra i primi collaboratori insieme a Monti, Ginzburg, Geymonat, Mila, Antonicelli, Cajumi e Levi. Nel 1934, essendo stato arrestato Ginzburg per motivi politici, lo sostituisce nella direzione della “Cultura”; di questo periodo è il suo amore per una professoressa di matematica, donna dura e volitiva, impegnata nel del Partito Comunista clandestino. Fu proprio a causa di questo amore che subì una delle più violente frustrazioni della sua vita. Egli aveva accettato di ricevere alcune lettere politiche, dirette alla sua donna; ma la polizia irruppe nella sua abitazione arrestandolo. Processato e condannato, fu inviato al confino a Brancaleone Calabro per tre anni nel 1935. La rivista veniva soppressa e l'allontanamento da Torino non contribuì certamente a migliorare la sua indole introversa e meditativa. Dopo un anno di confino, gli vennero condonati gli altri due e poté ritornare nella sua terra e nella sua città, ma la professoressa, da lui amata si era sposata già da un anno con un altro. Comincia di qui il suo trauma maggiore, la sua inadattabilità alla vita; si tratta di una grave crisi, che per anni lo terrà sospeso in una tormentosa ossessione di suicidio. Così si chiuse in un isolamento disperato, trovando rifugio soltanto nella letteratura e riprendendo a lavorare instancabilmente. Le testimonianze di questo travaglio interiore si trovano in un diario, Il mestiere di vivere, che sarà pubblicato nel 1952. Nel 1936, al ritorno dal confino, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Lavorare stanca per le edizioni di “ Solaria ”. Saranno pochi ad apprezzarlo, anche perché pochi lo capiranno, essendo la sua raccolta un libro del tutto nuovo, condotto con una tecnica prosastica sconosciuta in Italia. Intanto era ritornato presso la Casa Einaudi, dove riprende con lena e successo il lavoro di traduttore . Nel 1941 egli pubblicava il romanzo Paesi tuoi, scritto nel 1939, che ebbe un certo successo di critica. Nel 1940 comincia la guerra fascista; egli viene chiamato alle armi, ma per una grave forma di asma viene congedato. Nel 1942 pubblica La spiaggia, un romanzo di cui presto si vergognerà perché non impegnato. Nel 1943 è a Roma, dove la Casa Einaudi ha aperto una succursale; ma l'armistizio dell'8 settembre 1943 lo coglie a Torino. In seguito allo sbandamento dell'esercito e alla conquista dei tedeschi, egli si rifugiava con la famiglia della sorella a Serralunga di Crea nel Monferrato. Quelle colline, ricordandogli le sue Langhe, gli ripresentavano i miti della sua giovinezza. Il 1944 è per lui un anno di grazia e di riposo, dedicato alla meditazione, che neppure la presenza dei partigiani riesce a turbare. Insegna in un istituto di Padri Somaschi, a Casale, e li frequenta con assiduità discutendo con loro. Pare che sia alla soglia di una conversione religiosa. Ma dopo la Liberazione è di nuovo a Torino. che trova molto cambiata, si iscrive, senza convinzione, al Partito Comunista e collabora al giornale “L'Unità”. Intanto il romanzo Il compagno (1947) vince il premio Salerno consacrandolo come autore impegnato in un nuovo realismo letterario. Nel 1950 ottenne il premio Strega per il trittico de La bella estate. Conosce una giovane attrice americana, Constance Dawling, se ne innamora, scrive per lei soggetti cinematografici, le dedica l'ultimo suo romanzo La luna e i falò. Ma la bella attrice partirà per l'America, lasciandolo solo; il 27 giugno del 1950 Pavese si uccide in una stanza di un albergo di piazza Carlo Felice a Torino inghiottendo numerose cartine di sonnifero. Sul frontespizio di una sua opera posata sul tavolino da notte, si potevano leggere le sue ultime parole, le stesse di Majakovskij: Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate molti pettegolezzi.

Opere

In Lavorare stanca, c'è un gruppo di liriche impegnate, in cui il realismo pavesiano, pur partecipando alle istanze operaie e rievocando talora qualche martire della lotta sindacale, non riesce ad andare oltre la cornice e la tecnica. Gran parte delle liriche di Lavorare stanca non supera i termini di un serio esperimento neorealistico, di una serie di tecniche stilistiche , ma nonostante le intenzioni realistiche e le nuove tecniche, Pavese non è riuscito a creare un nuovo modo di far poesia e il suo posto come poeta è ben presto superato da quello del narratore. Pertanto Lavorare stanca finisce con l'avere un valore marginale rispetto alla sua arte narrativa. Tra il 1938 e il 1939 nasceva Il carcere, pubblicato poi assieme al romanzo La casa in collina nel 1949 nel volume Prima che il gallo canti. Il motivo del confino, rimbalzando dalla poesia ai racconti, ora finalmente trova piena attuazione artistica in questo romanzo, il cui titolo originario avrebbe dovuto essere )Memorie di due stagioni, ma che poi prese il titolo Il carcere. La situazione morale di Stefano, protagonista del romanzo, altro non è che una ripresa e un approfondimento psicologico del tema di chi sta a guardare la vita dalla finestra senza riuscire ad avere o a stabilire un qualsiasi contatto con la realtà. Sia Il carcere che altri racconti rimasero a lungo inediti e valsero all'autore moltissimo come esperimenti e tirocinio per una nuova narrativa e una nuova tematica realistica, oltre che per la ricerca di uno stile neorealistico. Paesi tuoi, scritto nel 1939 e pubblicato nel 1941, è non solo il romanzo che rivelò alla critica Pavese narratore, ma fissa anche l'anno al quale si suol far risalire la nascita ufficiale del Neorealismo nella narrativa italiana. In quella occasione la critica ufficiale si affrettò a catalogare Pavese fra i neorealisti. Al di là di quelle polemiche (anche i critici fascisti non mancarono di sottolineare il nuovo stile derivato da Steinbeck). Il romanzo, mettendo in antitesi città e campagna, indicava sotto quel contrasto metaforico una sostanziale polemica contro i miti fascisti spostando il suo obiettivo non più su temi di evasione bensì su forti passioni, e su reali problemi. Nel 1940 Pavese scrive il romanzo La bella estate, che sarà pubblicato nel 1949 insieme a Il diavolo sulle colline e Tra donne sole.: La bella estate si distingue non tanto per la povertà dei mezzi stilistici, ma anche per una particolare tecnica di montaggio delle varie sequenze narrative. strutturate in brevi capitoletti, che condensano in sé una vicenda autonomamente compiuta, quasi a mo' di diario obiettivamente redatto. La struttura dialogica è alla base di questo romanzo ed è, appunto, il dialogo e il monologo interiore che con maggiore evidenza fanno risaltare la dimensione umana dei personaggi. Nel 1941 scrisse La spiaggia: l’importanza di questo romanzo, che lo stesso Pavese avrebbe poi rinnegato perché "non impegnato", consiste nella chiara presentazione del binomio città-campagna. Per la prima volta Pavese sposta il suo obiettivo di narratore dal mondo proletario e contadino al mondo dell'alta borghesia, mettendone in evidenza la crisi interna. Negli anni della guerra Pavese sistemerà la sua grande teoria del mito e approfondirà la sua poetica narrativa. Cercando di salvarsi dal Naturalismo attraverso la poetica delle immagini-racconto che egli ha già sostituito alla poesia-racconto. Gli allarmi aerei sulla sua città e i bombardamenti gli risvegliano un terrore atavico, una realtà primitiva, una percezione quasi animistica della natura. Il mito pavesiano nasce e vigoreggia in quel clima di scoperte simboliche dell'infanzia, in quel mondo istintivo-irrazionale che viene liberato proprio durante la guerra. La sola e vera ispirazione può nascere dai miti, quando questi siano creduti. “Non è a caso che molti artisti ricorrano all'infanzia e cerchino di risalire il fiume della memoria per accostarsi al mondo larvale e istintivo delle origini. Risalire il corso della memoria, sia pure affidandosi come Proust alla pura sensazione, sembra però a Pavese modo inadeguato: la sensazione è pur sempre ricordo e quindi soggetta alle coloriture di gusto. Occorre invece saper trascurare i ricordi gloriosi e confinarsi a scavare le zone monotone e neutre, rinunciare alla memoria per scavare nella realtà attuale e denudare la propria essenza. L’ispirazione è una vera e propria illuminazione, è estasi religiosa e di tale pienezza, che minaccia di travolgere l'artista ” (Mondo).In questo clima egli scrive Feria d'agosto nel '41-'44 (pubblicandoli nel '46), una raccolta di racconti e di prose estetiche sul mito, il gruppo di liriche La terra e la morte 0945-'47) e i Dialoghi con Leucò 0945-'47), che costituiscono il suo libro più specifico di questa teoria del mito, e in cui conformava la sua concezione del mondo e dell'arte. Sarebbe utile leggere questi dialoghi per rendersi conto di quanto in questo libro Pavese si allontanasse dal Neorealismo, nonostante si ostinasse a sostenerlo nel 1946-'47 col romanzo Il compagno, con cui egli pagava il suo tributo all'impegno politico nel Partito Comunista. Pavese, nel 1945, aveva già scritto ne “L'Unità” l'articolo Ritorno all'uomo e su “Rinascita” Dialoghi col compagno, in cui giustificava la posizione e il significato che assumeva il letterato di Sinistra nel contesto politico di una società che era uscita dalla guerra e si era liberata dal Fascismo, dopo la lotta della Resistenza. Ovviamente si tratta di scritti elaborati e redatti nell'euforia della Liberazione e nell'attesa di un mondo nuovo e rinnovato, in cui, secondo Pavese, si doveva salvare l'apertura dell'uomo verso l'uomo. Ma l'impegno di Pavese avveniva dopo una lunga elaborazione di miti decadenti, travestiti di Realismo americano. La critica accolse assai favorevolmente Il compagno nell'immediato dopoguerra, allorché più viva si faceva la necessità di una letteratura politicamente impegnata. “ Ma non basta voler scrivere un romanzo impegnato per fare opera di poesia. Il fallimento è notevole agli occhi della critica, dopo qualche decennio dal suo successo. La casa in collina (1947-'48, ma pubblicato nel 1949) è, invece, un autentico romanzo della Resistenza, proprio perché ha come protagonista un intellettuale. E’ ovvio, anche in questo romanzo, il riferimento all'esperienza autobiografica di Pavese rifugiatosi nelle Langhe durante il periodo clandestino. Tutta la trama del racconto è intessuta, di senso tragico della vita, che ora in Pavese è assurto a pathos e angoscia che investe tutti gli uomini, vinti e vincitori,.accomunati nel triste destino della vita che scompare irreparabilmente nel nulla. Il diavolo sulle colline, unitamente a La bella estate e Tra donne sole, ottenne nel '49 il premio. Il romanzo è un inno giovanile di scoperta della natura e della società: ai tre ragazzi, protagonisti del racconto, pare tutto bello, e soltanto a poco a poco prendono contatto ciascuno a suo modo con la sordidezza del mondo borghese che non fa nulla, che non crede a nulla.Nel romanzo Tra donne sole “ i personaggi ruotano entro una sfera di incomunicabilità e di egoismo che li rende privi di ogni moto di pietà o di umanità. Anche Clelia, il personaggio positivo, assiste impotente al dramma silenzioso che si agita attorno a lei; lei stessa è una déracinée che non può ormai più scegliere il proprio destino, anche se apparentemente la sua volitività sembra salvarla dalla sorte delle altre donne sole. In questa donna Pavese ha realizzato l'ultimo tentativo di credere ad una vita che possa essere il prodotto unico delle nostre capacità. E Clelia è una delle poche creature che si salvano, perché sa accettare la sua solitudine come il suo lavoro, anche rifiutando la consolazione dell'amore e del sesso. L’ultimo romanzo di Pavese, scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950, La luna e i falò, svolge in più alta e compiuta elegia il tema del ritorno. Anguilla,protagonista del romanzo, è un tipico personaggio pavesiano, uno che ritorna e ripercorre in pellegrinaggio i luoghi mitici dell'infanzia, vagheggiati come l'unica via per attingere la pienezza del vivere e la consapevolezza del proprio destino. Ma la realtà sempre interviene a lacerare il velo della memoria, perché il passato è perduto per sempre. E’ per questo che si può ritenere La luna e i falò l'opera definitiva di Pavese: perché rappresenta il ritorno all'infanzia, ma per trovare in esso l'oblío, cioè la non-umanità, ma piuttosto come la revisione di un modulo interpretativo della realtà con cui il fanciullo aveva dato vita alle cose delle quali l'uomo scoprirà poi la sostanziale inconsistenza morale. Il grande falò ha appunto questo significato. Ritrovare se stesso irrimediabilmente diverso dal ragazzo di un tempo, e accettare la nuova realtà fatta di coscienza, rappresenta il superamento della ferinità, e il dolente accoramento nel vedere quel paesaggio mitico dissolversi, è lo sforzo compiuto dall'uomo per salvarsi dal processo involutivo che lo condannerebbe alla perpetua inazione, cioè alla amoralità dell'isolamento ”.

Poetica
Emerge sempre in Pavese un contrasto interiore, un'antinomia di fondo, tra il suo innato gusto decadente e le sue ferme intenzioni di instaurare o sperimentare una nuova letteratura di tipo realistico anglo-americana, da Defoe a Dickens, da Melville a Joyce, da Lewis a Dos Passos e alla Stein, di cui egli forniva interpretazioni esemplari ed emblematiche. Infatti gli scrittori americani moderni (Dos Passos, Steinbeck, Faulkner) assimilati da lui tanto da dar luogo ad una originale forma di contaminatio tra le colline piemontesi e i paesaggi americani del Sud, tra le periferie subalpine e le megalopoli americane, diedero a Pavese uno stimolo e un mezzo di liberazione morale e ideologica, un'occasione di protesta e di ricerca in chiave realistica, durante un periodo della nostra cultura dominata dal disimpegno politico dei letterati e dall'Ermetismo; ma quella lezione neorealistica, era sin dall'inizio contaminata dalla cultura decadente europea e ricompariva sempre tra le righe e le buone intenzioni di rinnovamento. La vocazione neorealistica, la lezione vera di Realismo che era contenuta nell'opera del Verga, invece, fu sviluppata dai registi cinematografici, i quali, almeno nel primo momento, seppero offrirci un'autentica arte realistica. Non possiamo affermare che Pavese sta ai realisti americani, come Verga sta ai naturalisti francesi. Verga, infatti, componeva arte verista dopo che si era liberato definitivamente da tutti i residui romantici e sentimentali, mentre Pavese porta con sé nel mondo realistico dei suoi romanzi la sofferenza dei propri problemi esistenziali, l'angoscia della sua solitudine, la sua elegia tragica. Pertanto Pavese, in ogni sua opera, denuncia questo dissidio di fondo tra la sua autentica ispirazione lirico-elegiaca e l'intenzione di piegare questa sua vocazione ad esigenze ideologiche, che possono essere prima quelle del Realismo americano, e poi quelle del marxismo, inteso come momento di rottura dell'incomunicabilità e inserimento nella socialità. Perciò egli rimane sempre un lirico, poiché in lui l'elegia tragica tornerà sempre ad addensarsi come sentimento della malinconia del vivere, anche quando crederà di aver risolto tale elegia in un racconto oggettivo e realistico, come avviene per La bella estate e La luna e i falò Si direbbe subito che Pavese, poiché subiva pienamente le insidiose suggestioni dell'irrazionalismo contemporaneo in tutte le sue più svariate manifestazioni psicologiche e sociologiche ed etnologiche, in quanto sentiva le insanabili contraddizioni dell'uomo moderno e della società alienata, cercava di farsi forte e difendersi con la sua cultura umanistica contro ogni dispersione irrazionale in sede artistica. Di qui la consapevolezza e la stringatezza del suo stile di contro alla irrazionalità dei sentimenti, la sanità della sua parola poetica di contro al costante "vizio assurdo" della solitudine e della morte. E indicava come prima realizzazione di queste sue velleità la poesia I mari del sud, in cui era passato da un lirismo di sfogo al tono di un pacato e chiaro racconto. E tale poesia-racconto, è una forma di poesia oggettiva sia nel linguaggio parlato sia nella forma del verso: un primo avvio della nuova poetica neorealistica. Tradurre, poi, questo mondo intenzionale in un mondo artistico realizzato, è stato per Pavese ben altra cosa, poste le premesse della sua fondamentale cultura decadente. Successivamente Pavese tenderà a superare la nuda e semplice registrazione psicologica e cronistica, il culto dell'immediata oggettività, temperando la tecnica e la poetica della poesia-racconto in quella dell'immagine-racconto, come nei Paesaggi. Indubbiamente Pavese avvertiva un grande disagio nella cultura italiana contemporanea; ma è molto probabile che egli trasferisse indiscriminatamente il disagio politico e la crisi della società e della coscienza moderna nel campo della poesia e dell'arte ermetica e rondista, e, quindi, vedesse in quell'arte l'aspetto essenziale di quella società in disgregazione morale. Ed egli lo dichiarava apertamente ne Il mestiere di poetasì in un'epoca di arte pura, di prosa d'arte, di poesia rarefatta, proprio quando la prosa italiana era un colloquio estenuato con se stessa e la poesia un sofferto silenzio, egli assumeva atteggiamenti antiermetici e antirondisti, scoprendo nel linguaggio vivo e realistico della letteratura americana temi e forme realistici che avevano una nuova prospettiva storica di vera avanguardia. E ciò perché il suo punto di partenza era una poesia oggettiva, realistica, una poesia-racconto. Il mio gusto voleva un'espressione essenziale di fatti essenziali, ma non la solita astrazione introspettiva, espressa in quel linguaggio, perché libresco, allusivo. Il Realismo di Pavese è rimasto, quindi, un fatto meramente intenzionale, talvolta anche in contrasto con la sua autentica vocazione elegiaca; e a tale proposito è molto indicativo che proprio negli anni del trionfo del Neorealismo nella letteratura e nel cinema Pavese scriva i Dialoghi con Leucò “ove, all'opposto, la natura si rappresenterà intrisa di dubbio, di mistero, di angoscia … ” (Stella). Per il suo stile, però, il suo linguaggio e la sua funzione culturale egli fu un autentico maestro e divulgatore di letteratura realistica, al di là delle sue realizzazioni artistiche. Ci si è chiesto, in seguito a questo come mai Pavese possa esser stato considerato un maestro del Realismo, se la sua poetica è quanto di più decadentistico vi sia stato in Italia, e se è vero che il Realismo deve essere inteso come superamento di ogni forma di Decadentismo ed anche come affermazione dei valori positivi e progressivi della vita. Anzitutto va tenuto presente il temperamento introspettivo di Pavese, che in nessuna occasione seppe mai essere uomo d'azione e venire a contatto diretto con la realtà della vita sociale, neanche durante il periodo della lotta partigiana, che pur dovette ammirare e comprendere. Va tenuta presente, poi, la sua formazione culturale, che è di tipo decadente, ma arricchita da studi psicologici, etnologici e dalla letteratura americana così ricca di fermenti sociali. E va tenuta presente anche la condizione politica e sociale in cui visse; trovò sulla sua strada il nazionalismo, l'idealismo, il vecchio messaggio della nostra tradizione umanistica in crisi e visse l'intero arco della involuzione della vita civile del nostro Paese, caduto nella dittatura fascista e si trovò in polemica con la cultura ufficiale, anzi con quella che era la disgregazione culturale degli anni fascisti.

Tematica
Una delle tematiche fondamentali nell’opera di Pavese è la descrizione della situazione psicologica dell’uomo chiuso definitivamente in un carcere morale, in un’assoluta incomunicabilità, che dà tono unitario al romanzo redatto secondo la tecnica dell’immagine racconto e in forma di monologo interiorecon opportune interruzioni di parti dialogate protese verso il dialetto (Prima che il gallo canti) Paesi tuoi rappresenta il risultato di quell'operazione culturale di allargamento della cultura letteraria italiana di cui Pavese stesso, con Vittorini, fu uno dei maggiori protagonisti negli anni tra il 1930 e il '40, attraverso la introduzione in Italia della narrativa realistica anglo-americana. Come gli scrittori americani nelle loro province volevano scoprire il dramma dell'uomo, così Pavese voleva rivelare in Paesi tuoi le riserve di più schietta umanità custodite nella sua provincia, i fermenti nascosti e ignorati della vita dei campi, ravvivandoli con le esperienze e le tecniche narrative della nuova letteratura americana. Certamente l'attenzione dell'autore spostata su certi aspetti meno consolanti della realtà, più rudi, nonché l'uso dei modi elementari del linguaggio, dimostrano il permanere in Italia della grande lezione del Realismo ottocentesco di Verga e di Balzac, ma con l'aggiunta dell'esperienza decadente e neorealistica. Come lo scrittore nel naturalismo doveva scomparire difronte alla realtà, ora deve scomparire anche davanti al personaggio(La bella estate)..Con La spiaggia inizia uno dei rmi ricorrenti in Pavese, che è quello della contrapposizione tra città, intesa come maturità e responsabilità, e campagna intesa come infanzia e contemplazione delle memorie giovanili.
Il tema del ritorno, dell’infanzia della campagna viene ripreso na La luna e i falò. Al reduce che cercava nei luoghi della sua infanzia le tracce del suo passato non rimane che accettare la estraneità al suo paese e, partendo, constatare, ormai oppresso dal passato e dal presente, che
crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora com'era adesso.
Tutta la conclusione del romanzo è fondata sulla constatazione della legge della morte che è connaturata alle cose dell'uomo e della vita.
"Ripeness is all" (maturare è tutto): è la sentenza che, apposta nella dedica di quest'ultimo volume, Pavese aveva fatta sua nelle meditazioni del diario. Qui rappresenta lo sbocco di un processo interiore che porta Pavese a rivedere se stesso fanciullo nella riscoperta della vigna, della collina, che, fuori del tempo e dello spazio, riassumono la prospettiva di un'infanzia che non è nostalgia, o proustiana recherche du temps perdu, ma identificazione istintiva con un'attualità vissuta nella tragica consapevolezza di non poter mai essere se stessi se non quando il mito, divenendo coscienza, si dissolverà, e sarà sostituito dalla piena moralità umana, che è storia.
E’noto che all'origine della poetica pavesiana c'è la scoperta dell'infanzia come l'età in cui l'uomo compie le sue esperienze fondamentali. E' nell'infanzia che si ha il primo contatto con il mondo e che si creano i simboli, i miti, corrispondenti alle singole rivelazioni delle cose […]. Le successive esperienze non sono che un conoscere una seconda volta, un riscoprire e ridurre a chiarezza quei miti. […]Alla contrapposizione fra infanzia e maturità si affianca, come equivalente, quella tra campagna e città sul piano storico, quella fra l'età primitiva dell'uomo, titanica e selvaggia, e l'età civile e culta.

ELIO VITTORINI

Vita
Elio Vittorini nacque a Siracusa il 23 luglio 1908. Poiché il padre era ferroviere, egli trascorse la maggior parte della sua infanzia in piccoli paesi della Sicilia, che faranno da sfondo ai romanzi della maturità: sfondo di miseria e di solitudine, in una natura arida e malsana. Sin dall'adolescenza si dedica a letture che lo avvicineranno al mondo della narrativa e della poesia. Tenta di fuggire di casa per ben quattro volte; alla quarta non tornò più a casa. Si stabilì nel Friuli come impiegato in un'impresa edile, imparando dalla vita non solo il piacere di guadagnarsi il pane da solo, ma anche a vincere e a spuntarla sulle difficoltà. Negli stessi anni in cui lavora nel Friuli, comincia la sua carriera di scrittore. I suoi primi tentativi mostrano un'adesione alquanto ingenua al falso realismo strapaesano, come, per esempio, il Ritratto di Re Giampiero; mentre i racconti del suo primo volume, Piccola borghesia (1931), risentono dell'influsso degli scrittori che lavorano intorno alla rivista “ Solaria ”, i quali tentavano di rompere l'isolamento della nostra letteratura e di stabilire un contatto rinnovatore con le esperienze più avanzate della cultura europea ed extraeuropea.
Gli amici di “Solaria” avevano portato all'attenzione dei nostri scrittori gli esempi dei narratori e dei poeti dell'avanguardia europea, da James Joyce a Marcel Proust, da Franz Kafka a Katherine Mansfield. Attiratovi dall'ambiente culturale di “Solaria”, Vittorini nel 1930 è a Firenze dove lavora come correttore di bozze in un quotidiano e impara l'inglese da un vecchio operaio della tipografia. Da allora comincia il suo interesse per la narrativa americana, a cui si dedica con molto entusiasmo, traducendo subito un romanzo di Lawrence e poi altri, dando luogo a sospetti presso i gerarchi del regime. Infatti, viene espulso dal partito fascista, di cui non aveva più da tempo rinnovato la tessera.
Il distacco di Vittorini dal Fascismo è determinato più che da una precisa coscienza politica, da una reazione dell'intelligenza offesa: dinanzi all'oppressione fascista il sentimento di opposizione di Vittorini non poteva essere altro che una sorta di “astratti furori”, come scriverà in Conversazione in Sicilia. Secondo Salinari Vittorini trasforma il Fascismo in una categoria del bene e del male, sottratto al tempo e allo spazio, a cui si deve opporre la vera natura umana e la coscienza di nuovi doveri.
Con la guerra civile di Spagna, in cui fascisti e repubblicani vennero a conflitto aperto, egli poté vedere chiaramente la sostanziale differenza tra l'oppressione e la libertà. Quella guerra gli fa deporre la penna, e così interrompe la stesura di Erica.
Si trasferisce a Milano, dove prosegue la sua attività di traduttore e di redattore di case editrici. Con la seconda guerra mondiale si chiarirà la sua ideologia politica e culturale.
Nel '39 la prima edizione di Conversazione in Sicilia fu lasciata passare dalla censura fascista, ma, bene accolta dalla critica, suscitò subito il risentimento della stampa di regime che lo accusava di essere antinazionale e immorale. Nel 1941 la censura fascista vietava la pubblicazione della sua antologia, Americana; nel '43, dopo il 25 luglio, venne rinchiuso nel carcere di S. Vittore. Uscitone dopo l'8 settembre, partecipò attivamente alla Resistenza.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, partecipò a quel momento di entusiasmo e di ottimismo liberale, che portò al Neorealismo, come espressione di un nuovo clima culturale. La testimonianza più significativa di queste esigenze rinnovatrici si può rinvenire nella rivista “ Il Politecnico ” diretta da Vittorini e pubblicata a Milano dal 1945 al 1947.
Nel dicembre 1947 il “ Politecnico ”, sconfessato dai comunisti, cessava le pubblicazioni; ma l'esigenza liberale di una nuova cultura che era al fondo delle istanze di Vittorini diede in quegli anni buone messi, se sorsero subito altre riviste e opere letterarie e scientifiche di grande rilievo.
D'altra parte veniva scoperta l'opera segreta di alto livello culturale di Gramsci, e di lì tutto un patrimonio europeo di studi marxistici che hanno orientato la cultura italiana del dopoguerra.
Vittorini rimaneva pertanto il maestro iniziatore della corrente detta neorealistica, in cui l'impegno dell'artista non era quello politico-sociale di chi suona il piffero alla rivoluzione, ma consisteva nell’essere coerente col suo senso del reale.
La funzione di Vittorini, maestro e guida del Neorealismo, non si esauriva, però, con il “ Politecnico ”, in quanto egli intraprendeva tutta una serie di traduzioni di romanzi americani, di pubblicazioni neorealistiche, che lo indicavano come uno dei massimi organizzatori di cultura del dopoguerra. Del resto, la sua partecipazione al dibattito internazionale di Ginevra nel settembre del 1948 sull'Arte contemporanea col tema, allora attualissimo, “L'artiste doit-il s'engager?”, dava la misura del suo concetto di arte impegnata, risolvendo il problema dell'antinomia tra i valori storici e i valori eterni dell'arte attraverso il concetto della mutevolezza della realtà che il poeta coglie e comunica col suo messaggio
Le elezioni politiche del 1948 imprimevano una svolta conservatrice alla politica italiana: la cultura si ritrovava di nuovo isolata ed era costretta a cercare nuove vie per adeguarsi alla realtà sociale del Paese. Di qui l'attività infaticabile di Vittorini, che con la collana “ I gettoni ” di Einaudi cercava di vedere attuata nei più giovani scrittori una letteratura attenta ai problemi sociali autentici della realtà contemporanea. Ed anche questa sua attività di organizzatore culturale e di critico ebbe notevole importanza perché venisse indicato come maestro di Neorealismo e di nuovi esperimenti letterari.
Nel '51 ha inizio la pubblicazione dei “Gettoni”, con cui Vittorini apre ai giovani scrittori uno spazio sperimentale dedicato ai problemi e agli aspetti più vivi della realtà contemporanea. Fenoglio e Calvino vengono lanciati da questa sua iniziativa. Nel 1966, dopo avere avviato una lunga conversazione critica tra letteratura e industria nella rivista “ Menabò ”, muore per una grave malattia.


Opere

Piccola borghesia (1931) riunisce in volume una serie di racconti scritti nel clima solariano, i cui personaggi sono tratti da ambienti piccolo-borghesi studiati nella loro realtà psicologica. Il linguaggio è ricco di immagini e di metafore.
Il garofano rosso (1933-'34) uscì a puntate su “Solaria”, e in volume soltanto nel 1948, perché la pubblicazione fu interrotta dalla censura fascista, che accusò il testo di essere contrario alla morale e al buon costume.
Ma prima di arrivare al suo capolavoro, Vittorini si impegna ancora in opere di alto tirocinio tecnico-stilistico che, pubblicate in un volume nel 1936, testimoniano gli influssi del Surrealismo e dell'Ermetismo, nonché la lezione di Proust.
Erica e i suoi fratelli fu cominciato e scritto in gran parte nel 1936, ma rimase interrotto perché l'autore fu distratto dalla guerra di Spagna. Fu poi pubblicato in rivista nel 1954 e in volume nel 1956 insieme con La Garibaldina, incompiuto così come era rimasto.
Vittorini sospese il romanzo Erica e i suoi fratelli a causa dello scoppio della guerra civile in Spagna, ma quando riprese a scrivere, verso il settembre del 1938, non fu per continuare Erica, ma per mettere giù la prima pagina di Conversazione in Sicilia.
Il romanzo Uomini e no, che Vittorini ha pubblicato nel 1945 dopo nove anni di silenzio, rappresenta il massimo sforzo dello scrittore per superare i residui di simbolismo espressi in Conversazione in Sicilia, e affrontare in pieno l'esigenza di Realismo e di impegno che dominava la cultura italiana degli anni dell'immediato dopoguerra. Qui mito e storia avrebbero dovuto fondersi in perfetta unità per la ragione stessa che lo scrittore lavorava a caldo. Scrive, infatti, la storia del partigiano Enne 2 che vive la resistenza a Milano nel 1944 e ricerca una sua autenticità di vita e di impegno nel mondo.
L'altro romanzo, Il Sempione strizza l'occhio al Fréjus (1947) descrive la fame del dopoguerra. L'aggancio alla realtà di fatto, qui descritta dal narratore, era così perentorio che Vittorini in una nota finale registrava persino i prezzi del pane, delle acciughe e della cicoria, che nel 1947 erano i cibi preferiti dalla povera gente.
Le donne di Messina (1949); (1964) vuole approfondire l'esperienza umana del lavoro contadino. Il romanzo racconta le vicende di un gruppo di sbandati di guerra che decidono di costruire insieme una nuova vita sociale in un villaggio abbandonato, ripercorrendo le tappe dell'evoluzione tecnica, ma arrestandosi alle soglie dell'età moderna. L'ex fascista Ventura e tutta la comunità di ex nomadi, che hanno ricostruito una nuova società, devono alla fine ammettere che il loro risultato è assai mediocre, nonostante tutti abbiano lavorato e seminato e raccolto.
“La favola dell'età eroica è finita, bisogna prenderne atto e adeguarsi, bella o brutta che sia, ad una realtà diversa, industriale e tecnologica, con tutti i comodi – juke-box e luci al neon, birra gelata e acqua calda e fredda - e dove è ferrea logica che il contadino abbandoni la terra ” (MANACORDA).
Con La Garibaldina (1950) Vittorini ritorna alla tecnica del romanzo breve e stilisticamente omogeneo.
In una stazione affollata di gente affamata un soldato attende un treno che lo dovrebbe portare a Terranova, e sul treno conosce la Garibaldina, una vecchia baronessa autoritaria, ma capace di apertura sociale. Tra i due s'intreccia un fitto e interessante dialogo; quando arrivano a Terranova la Garibaldina cerca ospitalità nella casa di una donna di sua conoscenza, e all’alba il bersagliere la incontra mentre assolda mietitori a giornata che le si stringono attorno servilmente.
L'ultimo romanzo di Vittorini, Le città del mondo, uscito postumo nel 1969, fu composto tra il 1952-'55 e lasciato incompiuto. Sul piano letterario esso segna una sorta di involuzione per la sua tecnica composita di piani e di linguaggi diversi, quello mistico e quello realistico
Nella terza parte di Conversazione in Sicilia Concezione, la madre di Silvestro, inizia il giro delle iniezioni ai contadini ammalati; si ha subito l'impressione che quel paese sia un lazzaretto, un paese di dolore e di miseria, in cui chi è malato di tisi, chi di malaria. Qui è tutta la carica polemica con il regime fascista che osannava gli splendori imperiali, mentre nascondeva nel suo seno le tragedie più degradanti di un popolo che si ciba di una cipolla, di un uovo alla domenica, di un'arancia senza pane.
(Politecnico)Ciò che distingueva questa rivista nel panorama delle pubblicazioni del tempo era la vastità dei suoi interessi che dalla letteratura andavano alla politica, dalle inchieste sociali fino alla divulgazione dei poeti stranieri e fino ai problemi della scuola. In questo senso essa può essere accostata al “ Politecnico ” di Carlo Cattaneo o al “ Caffè ” dei fratelli Verri.
Sin dal primo numero Vittorini dichiarava che la cultura italiana tradizionale (senza precisarne, però, la data di partenza) era stata una cultura che di fronte alla sofferenza dell'uomo nella società aveva ritenuto di assolvere al suo dovere soltanto consolandolo del suo soffrire; e
per questo suo modo di consolatrice […] non ha potuto impedire gli orrori del Fascismo.
Una cultura, quindi, che, non essendosi fatta essa stessa società, non ha avuto mai né potere né strumenti per proteggere l'uomo dalla sofferenza.

Poetica
Elio Vittorini è considerato uno degli interpreti maggiori della crisi del nostro tempo, e il suo nuovo umanesimo è fondato sull'allegoria del sentimento, sulla memoria del cuore e dell'infanzia, sul sentimento collettivo e anarchico della solidarietà umana. In questo senso il momento pseudomarxista del “Politecnico” indica soltanto il periodo occasionale di una solitaria protesta politico-letteraria, che intravedeva nel Neorealismo una letteratura di opposizione alla retorica del Fascismo, ma che non riusciva a fare di lui, scrittore libero e anarchico, un suonatore di piffero alla rivoluzione comunista. Perciò è giusto osservare che Vittorini non è tutto nel “Politecnico”,bensì, piuttosto, nella sua “capacità di rimettere tutto in questione, caso per caso e problema per problema” (come egli stesso scriveva in Diario in pubblico), che è l'unico modo e l'unica possibilità di uno scrittore di partecipare alla storia.

“I tempi principali di Conversazione in Sicilia e dell’opera di Vittorini erano due: l'adagio e l'allegro. "L'adagio" è dato dai temi più semplici accennati sin qui, il tema dell'infanzia, il tema del padre poeta e pover'uomo, il tema del treno merci e della cantoniera, il tema della disperazione degli uomini, ognuno col suo proprio diavolo sotto il cielo delle solitudini, il tema del fratello morto come lo ricorda la madre, il tema di questa Sicilia di dopo il Verga, nella quale gli uomini non hanno più cronaca e non hanno più le loro povere storie ma hanno un'unica storia umana che è poi quella dello stesso scrittore e della quale hanno anche loro imparato il significato [ ...]. "L'allegro" vive invece di temi molteplici, che si estendono su di una gamma assai vasta, dall'ironico al tragico, a cominciare dai colloqui di Coi Baffi e Senza Baffi, al lungo tema insistito delle visite in paese, al colloquio nel cimitero, alla danza dei coltelli, al coro finale del vino. […]. Quei due tempi fondamentali sopra accennati furono poi sviluppati ognuno in un libro a sé: Uomini e no, Milano, 1945 (libro tutto o quasi di "adagio"), il racconto della Resistenza, con i grandi motivi romantici dell'amore e della morte, che scopre meglio di ogni altro certe vene tenerissime del Vittorini, il dolce inverno di Milano, il grande suono quando appare l'amore; e che scopre meglio altre cose, il valore non narrativo ma meditativo, il valore di certi suoi lunghi dialoghi di brevi battute, l'ossessione della doppia realtà, segno così vistoso della sua crisi. E secondo, Il Sempione strizza l'occhio al Fréjus, Milano, 1947, letterariamente assai più bello, forse il più compiuto dello scrittore; e anzi così concluso e perfetto nel suo "allegro" da scoprirsi persino gratuito, astratto; e tuttavia pieno di così veri motivi, di così discreto eroismo” (Pampaloni).

Tematica
Per essere uomini veri, secondo Vittorini, bisogna avere coscienza delle offese del mondo, saper superare i propri dolori personali, saper piangere per i dolori di tutti, ed anche essere perseguitati ed essere dalla parte dei perseguitati. Questa figura di uomo forte e coraggioso, che pensa ad altri doveri, egli ha incarnato nel Gran Lombardo (Conversazione in Sicilia), simbolo dell'Uomo. Ed è significativo che proprio negli anni tra il 1937 e il 1940, cioè dal periodo della guerra di Spagna alla crisi politica che portò alla seconda guerra mondiale, quando sembrava che la violenza venisse premiata e il diritto venisse sopraffatto dalla forza, i termini Fascismo e antifascismo si ridimensionavano in Conversazione in Sicilia dal piano politico al piano morale, fino al punto che, secondo Vittorini, il mondo si divideva in uomini e non uomini, in perseguitati e oppressori; “ uomini ” erano, ovviamente, i perseguitati consapevoli dei doveri verso la società, e “ non uomini ”, coloro che rimanevano fermi ai loro interessi. Il Fascismo di Vittorini in questo senso potrebbe essere una categoria morale-politica, dato che egli non si preoccupa di definirne le basi oggettive che lo caratterizzano storicamente. L'ideologia politica di Vittorini non è pertanto l'antifascismo in senso oggettivo di condanna di un regime politico per l'esaltazione di un regime opposto, bensì una categoria morale di tipo anarchico e piccolo-borghese di tipo soggettivo. In questo senso invano cercheremmo in lui lo scrittore neorealista antifascista o socialista. Questa tesi di Salinari ha fatto scuola presso i critici nel proporre molte riserve circa il Neorealismo di Vittorini, che rimane ancora di tipo e di origine decadente, o, meglio, borghese.
Il primo equivoco in cui Vittorini cadeva era quello di considerare la letteratura decadente come
letteratura della borghesia solo nel senso che è autocritica della borghesia. I suoi motivi borghesi sono vergogna e disperazione d'esser borghesi. Dunque è rivoluzionaria malgrado i suoi vizi borghesi…
Quindi i germi della nuova rivoluzione culturale erano da cogliere in quella interna inquietudine e in quell'ansia di superamento che sembrava avere la letteratura decadente. In questo modo Vittorini risolveva positivamente i rapporti con la cultura decadente, ma nello scegliere i nuovi compagni di strada e le nuove alleanze per realizzare la nuova cultura era costretto a fare i conti con la nuova realtà politica.
Il più culturalmente agguerrito e preparato per un salto qualitativo della società italiana era il Partito Comunista, che già affrontava il problema di una politica culturale in chiave marxistica dibattendosi nel difficile conflitto fra l'autonomia dell'artista e la necessità di perseguire una determinata linea politica. Ma Vittorini, uomo di formazione solariana e, quindi, assai sensibile ai problemi della forma ' insisteva sul fatto che la politica non può subordinare a sé la cultura, tranne nel solo caso in cui la società attraversi un momento rivoluzionario.
Indubbiamente il “Politecnico” assunse una funzione di guida culturale di sinistra, anche se col tempo si moltiplicano i punti di frizione fra le posizioni del settimanale e quelle del Partito Comunista; come i ripetuti atteggiamenti anticlericali di Vittorini, la pubblicazione di un passo di Sartre e di uno di Merleau-Ponty "un marxismo vivente dovrebbe salvare la ricerca esistenzialista invece di soffocarla”.
Dalla discussione si arrivò presto allo scontro tra Vittorini e il Partito Comunista. La prima polemica avvenne con Alicata, la seconda con Togliatti. Il primo rimproverava a Vittorini di non aver saputo ristabilire un contatto produttivo tra la nostra cultura e i problemi concreti delle masse popolari italiane in modo da stabilire un ponte che potesse sanare la frattura tra i ceti medi e le masse lavoratrici.
Togliatti, rimproverava a Vittorini l’affermazione della priorità della cultura sulla politica e poi il fatto che l'informazione enciclopedica, a cui il “Politecnico” tendeva, sopraffaceva il pensiero. Per questo il “Politecnico”, nato con l'intenzione di rinnovare la cultura, non aveva rinnovato e non rinnovava proprio niente. Ma Vittorini ribadiva le sue posizioni di fondo:
1) difesa delle esigenze interne, segrete dello scrittore che è rivoluzionario al di sopra e al di là della politica, per le sollecitudini e le istanze che egli scopre e rileva di sua iniziativa e in piena libertà;
2) se l'uomo di cultura si allinea senz'altro con le direttive del partito, sia pure partito rivoluzionario, non fa che suonare il piffero della rivoluzione: colui che fa questo non fa nulla di diverso dai poeti arcadi che suonavano il piffero alla reazione.

TRA CINEMA E LETTERATURA "IL NEOREALISMO"

Il Neorealismo è stato un movimento culturale sviluppatosi in Italia tra l'inizio degli anni quaranta e la metà degli anni cinquanta, che si è espresso soprattutto nella narrativa e nel cinema.

Il dopoguerra, sinonimo di impegno nel reale

La Seconda Guerra Mondiale e la conseguente lotta antifascista sono gli eventi storici che fanno da sfondo ad un nuovo profondo rivolgimento culturale e letterario. Come mai prima d'ora, il nesso con la realtà socio-politica è direttamente determinante anche nell'elaborazione della nuova poetica.

In Italia, nell'immediato secondo dopoguerra, si fa vivissimo negli intellettuali il bisogno di un impegno concreto nella realtà politica e sociale del paese. L'antifascismo represso prima, e poi l'adesione ai moti di rivolta popolare determinano in molti scrittori l'esigenza di considerare la letteratura come una manifestazione e uno strumento del proprio impegno;

Questo diffuso bisogno di impegno concreto nel reale dà origine a romanzi ispirati alla Resistenza e ad importanti dibattiti che hanno per tema il ruolo e i doveri degli intellettuali nella società, il passato rapporto degli intellettuali col fascismo e quello attuale col Partito Comunista Italiano. Molto rilevante è la posizione acquisita dalle riviste, tra cui primeggiava Il Politecnico di Elio Vittorini.

In questi stessi anni si diffonde la conoscenza del pensiero gramsciano, che esercita un influsso considerevole sull'elaborazione letteraria del secondo dopoguerra, attraverso la sua riflessione sul ruolo degli intellettuali nella storia italiana, la sua proposta di una letteratura nazional-popolare in cui la tradizionale separatezza tra intellettuali e popolo finalmente si annulli.

Gramsci invitava gli intellettuali a "calarsi nella realtà del paese, dare vita ad una letteratura, ad un tessuto e ad una comunità culturali nazionalpopolari, promuovere insomma una riforma intellettuale e civile della società italiana schierandosi dalla parte delle classi subalterne. Perciò la cultura italiana doveva "rinnovarsi" e per rinnovarsi stabilire un rapporto di ispirazione e di destinazione con le masse popolari, riscattando con un impegno democratico nell'oggi "l'irresponsabilità" politica dimostrata in passato".

La vera Italia

Il Neorealismo è il libero incontro di alcune individualità ben distinte all'interno di un clima storico comune, dotato di una carica di entusiasmo e di sollecitazione fantastica. Infatti "il neorealismo non fu una scuola, ma un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, specialmente delle Italie fino allora più sconosciute dalla letteratura."

Il Neorealismo in Italia è sorto come conseguenza della crisi tra il 1940 e il 1945 che, con la guerra e la lotta antifascista, sconvolse fino alle radici e cambiò il volto all'intera società italiana. Il neorealismo si nutrì, quindi, di un modo di guardare il mondo, di una morale e di una ideologia nuove che erano proprie dell'antifascismo.

La poetica del Neorealismo, da un punto di vista tecnico e formale, appare molto povera e priva di elementi innovatori. In questo periodo si gioca anche la sopravvivenza del concetto di autonomia della letteratura, che era stato tra i più significativi apporti della stagione del decadentismo. Col Neorealismo e con le sue aspirazioni e tensioni, la poetica e la pratica risentono anche pesantemente di un condizionamento ideologico e politico, che nella produzione deteriore del movimento finisce con lo sfociare nel fenomeno del populismo.